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mercoledì 20 febbraio 2008

Il "peccato originale" del Popolo della Libertà

Navigando in rete e parlando con le persone, emergono delle amare verità. La delusione verso il biennio di governo di Romano Prodi è sulla bocca di tutti, indipendentemente dalla fede politica. Colpisce, poi, il fatto che buona parte dell'opinione pubblica non guardi con fiducia ad una possibile vittoria elettorale del Popolo della Libertà, ossia il raggruppamento politico sorto per volontà di Berlusconi e di parte dei suoi vecchi alleati. Qualcuno critica il polo azzurro per la scarsa novità di slogan e promesse elettorali, altri per la scelta della denominazione, altri per un'avversione personale nei confronti di Berlusconi o altri esponenti pidiellini. Ciò che più colpisce, tuttavia, è una pesante accusa che viene rivolta al PDL fin dal momento della sua fondazione: la scarsa democrazia interna. Effettivamente, al momento non si può non dar ragione a costoro. Il Popolo della Libertà è nato, mutuando una tipica espressione del diritto canonico, tramite un provvedimento motu proprio di Silvio Berlusconi che, senza dire niente a nessuno, ha dichiarato pubblicamente lo scioglimento ufficiale di Forza Italia (poi rettificato) e la nascita del nuovo partitone. Non c'è stato il confronto interno ed il dibattito che, invece, hanno condotto il lungo processo di formazione del Partito Democratico e, sorpattutto, la base è stata chiamata plebiscitariamente a decidere il nome del partito e nient'altro. Gli alleati non hanno avuto voce in capitolo ed è stato chiesto loro di aderire oppure di sciogliere i precedenti accordi elettorali e governativi. Un simile modo di agire non appare molto coerente, infatti, con le prime parole che lo stesso Berlusconi profferì nel momento in cui annunciò la nascita del partito. A riguardo disse, infatti, che sarebbe nato il partito del popolo italiano, fondato dal basso, ossia dalla gente e, soprattutto, contro i cosiddetti parrucconi della politica. All'interno del PDL i giochi sembrano già definiti: Berlusconi sarà candidato alla presidenza del Consiglio dei Ministri e per le candidature alle Camere verranno riproposti molti dei vecchi nomi della nomenclatura di Forza Italia ed Alleanza Nazionale, il tutto senza il benché minimo intervento decisionale da parte della base. Ci si augura che ciò dipenda esclusivamente dal fatto che il PDL è nato pochi mesi prima delle elezioni politiche anticipate e che il gap democratico interno venga sanato ad urne chiuse, dopo la formazione del nuovo governo. In caso contrario, qualora il PDL dovesse mantenere una struttura verticistica, il Liberalismo, il Cristianaesimo Democratico ed il Conservatorismo, risulterebbero nettamente sconfessati, così come la concezione occidentale della democrazia di partito. Indipendentemente dalle mosse di assestamento del PDL in epoca post-elettorale, l'attuale struttura rischia, agli occhi di molti, di passare come un deficit democratico, ossia una sorta di peccato originale che potrebbe spingere molti elettori di centro, di destra e di centro-destra ad effettuare scelte differenti rispetto al passato. Sono finiti, infatti, i tempi in cui gli elettori dovevano scegliere tra centro-destra e centro-sinistra. La Balena Azzurra rischia, per tali ragioni, di essere seriamente lavorata ai fianchi da forze come La Destra - Fiamma Tricolore o da una possibile alleanza UDC-UDEUR-Rosa Bianca.

mercoledì 13 febbraio 2008

Un 3 % da buttare?


In base ad alcuni sondaggi sembra che in Italia lo scudo crociato abbia ancora un valore per parte del corpo elettorale, tanto da comportare, per il solo fatto di essere esibito su una scheda elettorale, una percentuale di consensi pari al 3 %. Ciò accadrebbe indipendentemente dai nominativi dei candidati, dal programma elettorale e dallo schieramento politico di riferimento. Molti, infatti, voterebbero per lo scudo crociato per ciò che storicamente ha rappresentato e per i valori di cui si è fatto portatore. Non è un caso, infatti, se da alcuni anni pendono cause civili tra alcuni partiti per il riconoscimento del diritto all'utilizzo esclusivo di quel simbolo con tanto della famosa dicitura Libertas. L'importanza dei simboli, soprattutto per buona parte degli elettori, è ben nota a Pierferdinando Casini il quale, pur di non rinunciare allo scudo crociato, pare disposto a non collocare l'UDC all'iterno del PDL. Berlusconi, infatti, ha previsto che l'adesione al nuovo partito da parte di altre forze debba essere subordinata alla rinuncia di simboli e denominazioni precedenti. L'unica eccezione è stata concessa alla Lega Nord. Se è vero che il simbolo del Carroccio sarà esposto nelle liste del PDL dei collegi del Settentrione perché si tratta di un movimento fortemente radicato al Nord e perché, forse, se ci fosse una lista leghista molti la voterebbero a scapito del centro-destra, ci si domanda per quale ragione non sia opportuno tenere conto del peso elettorale di un simbolo come lo scudo crociato. E' oggettivo il fatto che il simbolo scelto per rappresentare il PDL sia scarno e poco indicativo tanto da lasciar supporre che sia stato scelto frettolosamente. Onde evitare un eccessivo disorientamento da parte degli elettori, sarebbe stato più proficuo se il PDL, nel proprio emblema, avesse riportato in piccolo anche i simboli di tutti i partiti che ne hanno dato vita. Se l'UDC non stipulerà un'alleanza con il centro-destra, è assai probabile che il PDL dovrà amaramente rinunciare ad una buona fetta dell'elettorato moderato.

martedì 12 febbraio 2008

Quanto è lontano novembre!


La classe politica italiana, da sempre, ha beneficiato di un fattore di non poco conto: la scarsa memoria storica dei cittadini (nella foto, da sinistra, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini). Non più tardi di tre mesi fa, infatti, in occasione del famoso discorso di Piazza San Babila a Milano, Silvio Berlusconi disse, in buona sostanza, che il bipolarismo italiano era giunto al capolinea e che bisognava lavorare per una nuova stagione della politica italiana. Il Partito del Popolo Italiano, così sembrava dovesse denominarsi il nuovo soggetto politico del Cavaliere prima di approdare a Il Popolo della Libertà, doveva andare oltre la Casa delle Libertà e, soprattutto, oltre le vecchie intese qualora gli alleati storici non avessero voluto aderire al nascente partito unico. Seguirono mesi di scontri, incomprensi e veleni tra Berlusconi da un lato, e Fini e Casini dall'altro, che sembrava dovessero seguire percorsi politici differenti. Non a caso, l'intesa con il leader dell'UDC portò molti ad accusare Fini di neocentrismo ed i suoi oppositori di destra non esitarono ad affermare che il Presidente di AN si fosse scoperto democristiano. Ci fu addirittura chi, come Storace, in occasione delle festività natalizie, ironizzò augurandosi che Babbo Natale ragalasse a Fini una tessera della DC. Gennaio, poi, è stato il mese del tentativo di dialogo tra Berlusconi e Veltroni, allo scopo di riformare la legge elettorale e andare davvero oltre l'attuale bipolarismo giungendo, di fatto, ad un bipartitismo PD - PdL. La caduta del Governo Prodi, invece, ha provocato mutamenti di rotta, e le pagine di molte agende sono state bruscamente stracciate. Fini sembra tornato quello di un anno fa e l'armonia con Berlusconi appare improvvisamente ripristianata. Il centro-destra, salvo ulteriori mutamenti, si presentà agli elettori sotto le insegne de Il Popolo della Libertà ma non è certo se davvero, con l'insediamento del nuovo Parlamento, si formerà il partito unico. Ciò che appare certo è che, nel listone, saranno presenti candidati provenienti da diverse esperienze e da diverse posizioni che, nella prossima legislatura, saranno chiamati ad esprimersi in modo compatto su tematiche che, per ragioni oggettive, potrebbero portarli a posizioni distanti tra loro. Di sicuro sarà difficile che si giunga, nei tempi rapidi annunciati a novembre da Berlusconi, ad un superamento effettivo dell'attuale fase di stagnazione politica.